Dal “matto” mi sono beccato del “vecchietto pignolo”. In un primo momento la ho presa, giustamente, per quello che era, una battuta. Ma poi un piccolo tarlo ha cominciato a rodermi dentro. Pignolo….pignolo…pignolo? Ma che cavolo vuol dire pignolo? chi è preciso, esigente e pedante in maniera esagerata. Quantunque la definizione, per certi versi, possa essermi cucita addosso la mia prima reazione è stata quella di contrapporre al “pignolo” un altro termine “critico”. Ma per definizione è critico chi “esercita per professione la critica….” Ed io non sono un professionista. Se lo fossi stato sarei stato ospite di Ferrara ad Otto e Mezzo o in qualche altra trasmissione TV, che so io, Porta a Porta. La domanda conseguente è: “Perché io esercito la critica?” La prima risposta che mi viene in mente è:”perché confronto i fatti della vita con un metro, che non ha la presunzione di essere esatto, per cui, visto che sono un animale pensante dotato di raziocinio, sono in grado di valutare se i fatti che guardo con occhio critico stanno sopra, sotto, o nella media del metro che mi sono posto”. Gli effetti pratici di questi atteggiamento possono essere molteplici. Il primo che mi viene in mente è quello di suscitare la “critica” di chi usa un metro diverso la mio. Il secondo di suscitare l’indifferenza ed il terzo, grazie a Dio, di trovare qualcuno che concorda con il mio modo di vedere le cose. Siamo appena agli inizi e vi siete già rotti le palle di leggere? Beh pazienza.
Da dove caxxo comincio? Posso provare dalla contrapposizione tra “homo tecnolocicus” ed “homo faber”. Due mondi in netta contrapposizione. Gli aggettivi ed i sostantivi del primo sono, tecnologia, produttivo, denaro,velocità e relativo; non gli importa la forma, se non quella esteriore, quella dell’apparire, conta il risultato. Tutti superbravi nel usare i computer ma che franano miseramente di fronte alle cose più semplici. Il secondo….? Ohibò non c’è quasi più. La maggior parte di quelli che oggi definiamo “homo faber” sono nella realtà dei “sostitutori di ricambi”. E’ un po’ sparita quella genia di artigiani, talvolta “artisti” il cui motto era: lavorare, lavorare, lavorare, provare, provare, provare, inventare, inventare, inventare….. Dove non poteva la scienza poteva la loro caparbietà e il loro intuito che riuscivano a far loro “sentire” la fase di un’automobile adagiando l’orecchio su un cacciavite appoggiato sulla testata di un motore, che permetteva loro di calcolare in maniera empirica la pendenza e le dimensioni di una tramoggia per il passaggio del grano da macinare, che riuscivano, non trovando l’originale, a forgiare, fresare a adattare un pezzo meccanico introvabile. Ma che caxxo centra tutto questo con la pignoleria? Quegli artigiani erano precisi, esigenti, e pedanti in maniera esagerata, fino a quando cioè, ciò che avevano fatto con le loro manine e l’aiuto di qualche macchina, non faceva quello che doveva fare e, soprattutto, non si facevano pagare come se fossero stati dei luminari della scienza come quelli che, invece, non sono in grado di mettere un bricciolo d’anima nel loro lavoro. Dunque facevano bene le cose che facevano. Forse è ora che arriviamo ad una prima conclusione. Bisogna essere un po’ pignoli per “costruire” un mondo migliore. Bisogna esserlo non solo nelle cose “materiali”, il che sarebbe già un bel risultato, ma anche nei principi, nella morale, nei rapporti con gli altri, nell’esprimere giudizi, nel prendere decisioni che, inevitabilmente coinvolgono altre persone. Bisogna essere pignoli nel trasmettere le conoscenze agli altri, alle generazioni che seguono. Non fare tanto per fare. Fare perché qualche cosa rimanga. Per intenderci, la pignoleria non ha nulla a che vedere con la rigidità mentale.